Per introdurre il discorso

Categoria:

altro per la famiglia

.   |   Articolo scritto da:

Iacopo Savi

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Tratto dalla mia tesi (Il Dogma Infranto. Mediazione Familiare: Tradizionale Giustizia moderna) del Master in Mediazione Familiare organizzato dal Centro Italiano di Mediazione e Conciliazione:

Troppo spesso si ritiene erroneamente che con il termine mediazione si intenda un procedimento in cui un soggetto convinca uno dei due a seguire le decisioni dell'altro, oppure che sia un sinonimo di compromesso.
Nulla di più falso.
Come spesso accade ci può tornar utile valutare, rapidamente e senza alcuna velleità filologica, il significato etimologico dei termini che si utilizzano.
Se compromesso, infatti, significa “obbligarsi insieme” ed è il risultato di concessioni da entrambe le parti con lo scopo di trovare un terreno comune su cui concordare, il termine mediare ha un significato ed una portata differente.
Il significato del verbo mediare, di origine latina, è “essere nel mezzo”, “mantenere una via intermedia” e, parafrasando, “spazio intermedio”; ed è quello che fa il mediatore che si colloca in una posizione di equidistanza per creare uno spazio, sicuro, ove le parti si possano sentire tranquille e sicure di sé, affinché si riapproprino della loro vita.
Tale spazio, l’entre-deux (letteralmente spazio intermedio), mutuato dall’esperienza giuridica, e non solo, francese[1], indica quel luogo
“dove l’uno passa attraverso l’altro per essere se stesso e ripassa attraverso se stesso per diventare altro da sé”[2]
Gettando le basi per la creazione di un effettivo rapporto dialogico, ove l’uno e l’altro ascoltino le parole, e non semplicemente si confrontino due posizioni assolute, “due entità monolitiche”[3].
Il mediatore, a differenza degli altri operatori, dovrà fare in modo che le persone tornino ad ascoltarsi, che abbandonino le loro “identità”, affinché prenda corpo una effettiva interazione verbale
“L’elemento linguistico costituisce il mezzo ove si opera la comprensione attiva […]. Il dialogo non prende vita che quando si instaura una effettiva interazione verbale”[4].
E per fare ciò potrà trovarsi a dover intervenire per spogliare, le parole e le frasi, dalla rabbia e dal rancore cui sono cariche, per riproporle ripulite e maggiormente accettabili, caratterizzando, così, lo spazio intermedio come un campo ove la comunicazione riprenda il proprio movimento bi-direzionale al fine di aiutare le persone ad uscire da quell’impasse cui al loro stessa ostinazione li ha condotti, così facendo
“l’ossessione integralista dell’intero lascia il posto alla coscienza di essere parte di, l’uno passa attraverso l’altro ed è cosciente di essere compreso nel gioco dello scambio”[5]
Utile per comprendere che la dimensione del “Noi”, possa permanere, anche dopo una separazione, certamente mutata ma non, necessariamente, in senso peggiorativo, e mantenere la coppia nel presente, poiché se il linguaggio dell’amore è sempre diretto al presente
“quell’istante che vale tutta la vita passata e tutte le cose del mondo”[6]
quello della disillusione e della rabbia è certamente diretto al passato.
Secondo F. Nietzsche l’infelicità umana è attribuibile allo spirito di vendetta, il cui tempo è il passato, e si esprime come odio verso il proprio passato, ed è intuitivamente mutuabile nell’ambito dei rapporti familiari spezzati
“che il tempo possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello, “ciò che fu” così si chiama il macigno che la volontà non può smuovere”[7]
Così considerato si può comprendere l’importanza della figura del mediatore, come ausilio per ricordare alla coppia che oggi e domani, sono e saranno, comunque, in rapporto l’uno con l’altro ed è nelle loro possibilità decidere se sia preferibile lottare contro o a favore della creazione di quel collegamento che è passaggio dall’uno all’altro.
La mediazione, quindi, è spazio di legami tra l'uno e l'altro, come nel biblico dopo il diluvio, il Dio dell’Antico testamento dice agli uomini
“facciamo un patto tra me e tra i viventi”[8]
Accordo raggiungibile nello spazio intermedio, che rapidamente corre e si avvicina verso un metodo, una modalità operativa, già nota agli antichi sotto il nome di dialettica, nel senso platonico, o forse meglio, socratico del termine ovvero del “dialogo cooperativo”[9] o, abelardianamente parlando, intesa come l'arte di distinguere la verità o la falsità del discorso
“Dubitando, infatti, siamo spinti a ricercare; ed indagando a fondo giungiamo a cogliere la verità”
cosa assai difficile di fronte ad una coppia che ha dimenticato la forza del noi vinciamo inseguendo la debolezza dell'io vincente.

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[1] M. Van de Kerchove e F. Ost, Il diritto ovvero i paradossi del gioco, Giuffré 1995
[2]D. Sibony, Entre-deux. L’origine en partage, Parigi 1991, p. 11
[3]M. Von De Kertchive, M. Ost, op. cit, pag. 47
[4]Fr. Jaques, Dialogiques. Recherches logiques sur le dialogue, Parigi, 1979, pag. 338
[5]M. Von De Kertchive, M. Ost, op. cit., pag. 51
[6] F. Alberoni, op. cit., pag. 39
[7] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Newton Compton 1988
[8]M. Von De Kertchive, M. Ost, op. cit., pag. 52
[9] “dall'eredità socratica ricaverà il senso originario del dialogo cooperativo”, M. Von De Kertchive, M. Ost, op. cit., pag. 63

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