Come non si fa una tesi di laurea

Categoria:

lezioni private

.   |   Articolo scritto da:

Andrea Salvatore

.

Come non si fa una tesi di laurea

Elenco qui di seguito una serie di errori in cui si può incappare, con maggiore o minore probabilità, quando ci si appresta a scrivere una tesi di laurea. Si tratta di errori che coprono l’intero processo di realizzazione della tesi (ovvero da quando la si chiede a quando si consegna la versione definitiva al professore e alla segreteria didattica, e seguendo questo ordine cronologico sono elencati). Come accennato, alcuni errori sono comuni alla gran parte dei laureandi, altri invece riguardano più da vicino la categoria dei “furbetti della laurea”. In ogni caso, sebbene in misura diversa, tutti contribuiscono ad abbassare la qualità della tesi: quanti più errori si riusciranno a evitare, dunque, tanto più apprezzabile (e apprezzato) sarà il risultato finale.

1) Ridursi all’ultimo momento

“Ora non ho tempo”. “Mi mancano ancora due esami, ci penserò dopo”. “Prima voglio dare questo esame e poi se ne parla”. Sono alcune degli argomenti più comuni che presentiamo agli altri (e a noi stessi) per giustificare la nostra decisione di rimandare la domanda di tesi. Dal punto di vista organizzativo, questo è senz’altro l’errore più comune e grave. Comporta infatti una serie di conseguenze negative “a cascata”: non avendo tempo (o avendone molto poco), rischierete di non poter cambiare l’argomento di tesi, rivolgervi a un altro professore, riscrivere quel dato capitolo, uscire il fine settimana (“Stasera? Magari, ma devo finire la tesi. Se non la consegno entro dopodomani, non posso laurearmi!”). Siete inoltre “ostaggi” del tempo: alcune cose che, avendo più tempo, avreste fatto (o non fatto), siete costretti a non farle (o a non farle). Ma c’è di più: dato che in alcuni casi quello che vi si richiede non può essere compresso più di tanto (quanto a tempistica e ore di lavoro), sarete addirittura costretti a laurearvi nella sessione successiva a quella in cui pensavate (o speravate) di laurearvi (e questo potrebbe anche significare pagare un’altra rata delle tasse universitarie). E dunque? Quello che vi si chiede – o meglio: vi si suggerisce – non è di non dormire o di studiare il doppio del tempo (dimenticarsi di vivere, quando si è all’università, è un errore non meno grave di quello qui discusso), ma semplicemente di “guardarvi attorno” per la tesi con largo anticipo (un anno potrebbe essere una data molto meno sorprendente di quanto crediate). Guardarsi intorno significa chiedersi quale materia vi affascina di più, quale argomento vi interesserebbe approfondire e quale professore pensiate possa fare al caso vostro. Dopo di che non fate passare mesi prima di rivolgervi al professore che avete individuato proponendogli l’argomento che vi ha stuzzicato, ma iniziate sin da subito ad approfondire quel dato argomento (o quella rosa di possibili argomenti) e pensate a un possibile titolo/soggetto per la tesi (ovviamente indicativo e assolutamente provvisorio) da poter proporre al professore. Ma andateci – questo il punto – avendo già qualche idea e opinione sull’argomento: non aspettate che sia il professore a dire cosa voi ne dovete pensare (in quanto a fattibilità o altro). Dunque, ricapitolando: approfondite un argomento che vi potrebbe interessare e proponetelo con congruo anticipo al professore che vi potrebbe interessare. Anche l’eventuale bibliografia che il professore vi darà da studiare o da leggiucchiare per farvi un’idea più chiara sull’argomento (prima di decidere se, nel caso, assegnarvelo come tesi), vi farà meno paura: avrete infatti molto più tempo e, con un solo articolo a settimana, dopo sei mesi avrete letto quasi 30 articoli (un numero più che sufficiente per una tesi di laurea triennale e non così distante da quanto si richiede per una di laurea specialistica). Rovesciamo il quadro: chiedete la tesi all’ultimo e il professore vi assegna questa prima “bibliografia di perlustrazione”: leggendola, scoprite che l’argomento non fa affatto al caso vostro, come invece credevate prima di affrontare la letteratura relativa (magari è per voi noioso o impenetrabile o altro ancora); solo che ora non avete tempo di chiedere un’altra tesi (men che meno di cambiare professore) e dunque siete costretti ad accettare quello che altrimenti non avreste accettato. Vi siete messi da soli nella condizione di non poter rifiutare (quasi) nulla, e chi è causa del suo mal…

2) “Sbagliare” il professore

“Il professore non mi segue”. “Il professore non risponde alle mail”. “Il professore mi vuol far riscrivere il capitolo un’altra volta!”. Qui il discorso è molto più semplice (anche se la morale è la stessa dell’errore precedente): forse l’argomento no (o non completamente), ma il professore ve lo siete scelto voi. Pensate all’acquisto di una macchina: non potete comprarla e poi lamentarvi del fatto che non è come pensavate fosse. Potevate informarvi, provarla, chiedere a chi ne aveva una. Ora, i professori non si comprano (o comunque molto raramente), ma la logica è la stessa: prima di scegliere un professore (di cui del resto avrete quantomeno seguito un corso o con cui avrete dato almeno un esame), chiedete in giro quanto sia puntuale, corretto, chiaro, coscienzioso, professionale, competente (non necessariamente in quest’ordine). Ma fate attenzione: deputate e presunti calciatori omosessuali a parte, i professori (soprattutto universitari) sono la categoria sociale che più attira su di sé le più diverse dicerie (sarebbe interessante indagarne i motivi, ma non è questo che qui ci interessa). Una diceria non è necessariamente falsa, ma appunto per avere delle informazioni più attendibili rivolgetevi solo alle persone che hanno fatto la stessa esperienza che vi apprestate a fare voi (in questo caso, avere come relatore il professor X), meglio ancora se queste persone le conoscete personalmente. Sappiate che, una volta scelto quel dato professore (e salvo ovviamente casi estremi), avrete ben poche possibilità di evitare le conseguenze negative della sua eventuale scarsa professionalità. In questo caso, prevenire non è meglio che curare: prevenire è l’unica cura possibile.
Ps: è possibile che abbiate scelto il professore con cui fare la tesi per ragioni di mera convenienza, quale che essa sia (quel dato professore ha molto peso in commissione o in dipartimento, mi fa fare il dottorato, gli sta bene qualsiasi cosa gli presento, mi fa laureare in un mese). In questo caso, dunque, avrete già messo in conto e giudicata come male minore (o male necessario) l’eventuale seccatura della sua scarsa professionalità (o del suo caratteraccio). Va da sé che, in quanto scelta consapevole e finalizzata a un presunto guadagno futuro, una simile decisione non necessita di alcun consiglio, né della nostra commiserazione. Possiamo dunque passare oltre.

3) Sbagliare l’argomento

Vi siete mossi in anticipo e siete contentissimi del professore che avete scelto. Sulle ali dell’entusiasmo vi fate andar bene il primo argomento che vi capita tra le mani o vi assegna il professore. Sulle ali del medesimo entusiasmo comunicate con malcelato compiacimento il titolo della tesi a chiunque ve lo chieda (e spesso anche a chi non ve lo chiede), salvo poi scoprire – all’apparir del vero – che l’argomento non fa al caso vostro. Ovviamente può essere solo una difficoltà o un dubbio iniziale e questa breve guida tutto vuole fare tranne che inculcarvi l’idea che alla prima difficoltà vi dobbiate arrendere. Il discorso tuttavia cambia se, per continuare con il parallelo medico, il disagio persiste. In questo secondo caso, non esitate a chiedere aiuto al vostro relatore (o correlatore, se previsto). Nel caso ogni terapia si riveli inefficace, prendete in considerazione la possibilità di cambiare argomento: parlatene con il professore e non pensiate che sia per voi una vergogna o una sconfitta (o una seccatura per il professore: quand’anche lo fosse, è pagato anche per sorbirsele). Può darsi che Einstein si sia dedicato anima e corpo, benché senza successo, alla stesura di un romanzo che avesse come protagonista un uomo che, svegliandosi una mattina, si ritrova trasformato in un gigantesco insetto. Alla fine Le metamorfosi l’ha scritto Kafka, ma non è andata malissimo neanche a Einstein. Morale della favola: nel caso in cui l’argomento che avete scelto non faccia per voi (e questo solo voi, alla luce dei consigli del professore, potete scoprirlo), chiedete di cambiarlo (o di reimpostarlo a partire da un’altra prospettiva, o di restringerlo, o di ampliarlo, o di mutarne la struttura). Nel far ciò, sappiate difendere le vostre ragioni, con gentilezza ma con altrettanta fermezza: non è detto che le vostre ragioni siano le migliori (è ben possibile che vi stiate ingannando, presi da un momento di sconforto o altro), ma se la tesi, a motivo dell’argomento, da fisiologica e sopportabile fatica diventa un immane tormento, qualcosa che non va (e dunque da cambiare) c’è, e non ci deve essere.

4) Non prestare attenzione alla fattibilità della tesi

Può darsi che abbiate fatto una scoperta sensazionale o che siate in grado di dimostrare una tesi che cambierà il corso della storia occidentale (o globale). Non sono ipotesi impossibili (per quanto si può presumere con un buon grado di ragionevolezza che siano poco probabili). Il problema è che una tesi di laurea ha confini spazio-temporali precisi ed è finalizzata a un determinato obiettivo: dovete scrivere in qualche mese un elaborato di un certo numero di cartelle – quanto deve essere lunga una tesi è una domanda che fino a qualche tempo fa sconfinava in ambito metafisico, ma che ora è stata più pragmaticamente ricondotta a un quantificabile numero di pagine, variabile da facoltà a facoltà: dunque chiedete in segreteria – tale da poter convincere un collegio di docenti più o meno esperti sul vostro argomento che meritiate il titolo di dottore nel campo in cui avete condotto la vostra ricerca (e ovviamente studiato). Una tesi, dunque, deve essere fattibile da tutti questi punti di vista (dovete avere il tempo per scriverla, deve rientrare nel numero di cartelle indicativamente stabilito dalla facoltà e deve convincere dei professori della vostra competenza in materia). Se, in base a uno o più di questi parametri, la tesi non risulta fattibile nel senso specificato, dovete cambiare argomento, pena il rischio di non riuscire a finire il lavoro in tempo, di non rientrare nei parametri stabiliti dalla facoltà o di lasciare perplessi i professori – insomma, di non avere una tesi. Il che, come non vi sarà sfuggito, è un po’ un problema.

5) Copiare da internet (o da qualche altra fonte più attendibile)

Non saprei dire se spesso o in qualche caso, le tesi di laurea sono il frutto di un collage ben poco creativo di “copia e incolla” da internet. Va da sé che in quel caso la tesi non è vostra, ma degli autori dei vari brani copiati: così facendo, state semplicemente ingannando gli altri e – quel che forse è peggio – voi stessi. E questo è l’argomento morale. Tanto basterebbe se non fosse che un’epoca notoriamente materialistica come l’attuale richiede l’aggiunta di un argomento prudenziale, che risponda alla più pragmatica domanda: perché non mi conviene copiare? Non vi conviene, banalmente, perché è ben possibile che siate scoperti (con le immaginabili conseguenze: dalla ripetizione dell’esame di laurea fino all’espulsione dall’università). Scoprire chi copia, oggi, è molto più facile di qualche anno fa: basta fare il procedimento inverso del “copista”, ovvero copiare e incollare brani della tesi e cercarli su internet (spesso lo scarto tra registri linguistici all’interno della stessa tesi è un buon indizio). Quindi o cambiate sintassi, aggettivazione e disposizione delle frasi (e non è detto che vi vada bene), o vi conviene scriverla per conto vostro. Inoltre, più semplicemente, quello che scrivete può essere sbagliato, e quindi vi troverete in seduta di laurea a sostenere una tesi non vostra e perdipiù infondata, senza che voi sappiate in che misura e per quali motivi lo è. Provate a immaginarvi in questa situazione in sede di discussione e forse capirete che copiare è una soluzione non solo più rischiosa ma anche molto meno strategicamente accorta di quanto pensiate.

6) Citare (solo) il professore

La fallacia di autorità – il vecchio “Lo ha detto la televisione”, oggi riaggiornato in “C’è scritto su wikipedia” – è una delle più note e frequenti, specie in ambito accademico, sebbene la scienza e la conoscenza in generale si basino sul principio opposto, ovvero che qualcosa è vero o buono o giusto o bello (se lo è), indipendentemente da chi l’abbia giudicato tale. Kant, come tutti, diceva delle stupidaggini e il più somaro allievo di Kant, come tutti, diceva delle cose intelligenti: ci sono ottime ragioni per aver fatto passare il primo, a differenza del secondo, alla storia della filosofia, ma ce ne sono di altrettanto cogenti per chiederci di fronte a ogni riga kantiana, come ovviamente di ogni altro autore, se quello che sta lì sostenendo ci convince o meno. Per tornare alla nostra tesi, evitate – non foss’altro per il buon gusto, che persino un laureato dovrebbe avere – di citare dieci lavori del vostro relatore in una bibliografia di trenta titoli (ma vale anche per una di cinquanta); del resto nulla obbliga a citare il nostro relatore o i satelliti intorno a lui gravitanti (anzi). Parimenti, evitate di trasformare la vostra bibliografia in una scheda bio-bibliografica della produzione scientifica del dipartimento, facoltà, laboratorio o centro in cui vi state laureando. Se la bibliografia non si discosta di molto dalla vostra rubrica telefonica, c’è oggettivamente qualcosa che non va. Sono tutti esempi, questi, di estremo provincialismo (nel migliore dei casi), che non depongono a favore della vostra qualità scientifica (tranne, forse, agli occhi del professore citato). È ben possibile che questo atteggiamente non paghi (o meglio: che la soluzione opposta paghi di più); ma la tesi la si fa non solo per convincere i professori (o i parenti o magari i parcheggiatori) di meritare il titolo di dottore, ma anche, se non soprattutto, per poter dire a noi stessi di essere donne e uomini realmente maturi. Per il resto, non è questa la sede per dare indicazioni su come stilare una bibliografia, ma abbiate almeno cura di non limitarla ad autori italiani (come di ogni altra singola lingua, foss’anche l’inglese, compatibilmente con il tema e l’ambito trattato) e di non includere testi che non avete effettivamente letto o consultato (o quantomeno cercate di non fare carne da macello di tali standard).

7) Essere supponenti

La dottrina morale cattolica considera la superbia il più grave dei sette peccati capitali. Lo è anche nel caso dei laureandi (e spesso finanche dei dottorandi, compreso – al tempo – chi scrive). Più che di un errore, si tratta appunto di una tentazione: forti dei nostri – in realtà i miei non più – vent’anni e di una fresca e più o meno ampia perlustrazione dei fondali scientifici di un dato argomento, ci sentiamo padroni pressoché assoluti della materia e riteniamo di poter giungere di lì a breve a un Giudizio Finale sull’argomento che stiamo trattando. Il nostro obiettivo, pur non del tutto privo di una sana motivazione, è quello di stabilire come stanno realmente le cose, di fare finalmente ordine e giustizia una volta per tutte nella galassia della letteratura scientifica sul tema in oggetto: di qui una serie di giudizi tranchant, di asserzioni apodittiche, di conclusioni che si presumono irrefutabili. Il consiglio è quello di limitarsi strettamente a quanto si è riuscito a provare o comunque ad argomentare nel corso della tesi. Se l’argomento prescelto è un’analisi tematica e semantica de La Ginestra di Leopardi, insomma, evitate di dire che anche secondo voi questo mondo è destinato a rimanere una valle di lacrime (sia perché non l’avete affatto dimostrato, sia perché Leopardi non l’ha mai detto, o comunque non in quel componimento e comunque non in questi termini). Ovviamente si può incorrere anche nell’errore opposto, ovvero rintanarsi nelle pagine della tesi e proibirsi sistematicamente – per accidia, snobismo, timidezza, paura o altro – di esprimere un proprio punto di vista, nelle conclusioni o anche cursoriamente in più punti del testo. Anche qui, niente di più sbagliato: la tesi consiste proprio in un lavoro volto all’elaborazione o rielaborazione critica in merito a un determinato tema, aspetto, problema. Una simile eclissi dell’autore (che perdipiù è richiesto che sia un autore critico) è l’esatto contrario di quanto ci si aspetta – e i membri della commissione si aspettano – dalla stesura e discussione di una tesi: non prendere posizione nel corso della tesi – pacatamente e con tutte le cautele del caso, se volete – è un po’ come fare scena muta in sede di discussione (del resto, la discussione di fatto altro non è che una riproposizione orale, con al limite qualche richiesta di approfondimento, di quanto già esposto per iscritto nella tesi).

8) Innamorarsi delle proprie righe

In questo caso alla superbia si sostituisce il narcisismo: anche qui si tratta di una tentazione comunissima, che spesso fa seguito a un’iniziale difficoltà nello scrivere. Uno dei problemi dell’università italiana è che spesso si scopre, al momento di iniziare a scrivere la tesi, che l’ultima volta che si è pensato e redatto un testo in italiano di una certa complessità è stato all’esame di maturità, ovvero (nel migliore dei casi) tre anni addietro. Come la velocità alla playstation e lo scatto a calcetto, anche la dimestichezza – scritta, in questo caso – con l’italiano è qualcosa che senza esercizio va persa. Comunque sia, l’abbiamo in certa misura riacquistata e la macchinosa verbosità dello scritto cede il passo (o così ci sembra) a un’ammaliante scorrevolezza del periodo e del pensiero: ricerchiamo allora l’espressione arguta, il virtuosismo stilistico e finanche una sorta di multilinguismo gaddiano (più probabilmente involontario). Quel che è peggio, quale che sia il risultato, ce ne innamoriamo e non vogliamo neanche sapere di mutare foss’anche una virgola o quasi (il che, oltre che per lo stile, può valere con esiti sostanzialmente più deleteri, com’è ovvio, anche per il contenuto). Raggiungere una distanza critica rispetto a quanto prodotto, specie per lo stile e il periodare, è per un laureando (e ovviamente non solo per costui) qualcosa di molto difficile: avvertendo la tesi come una propria creatura (e ciò vale anche nei casi d’adozione), non ne nota i difetti (e se anche li notasse, è possibile che non sarebbe immediatamente portato a eliminarli). Il consiglio in questo caso è quello di arrendervi all’evidenza (o a qualcosa che le somiglia molto): se, oltre al vostro professore, colleghi, parenti e amici, in numero sufficiente e limitatamente alle loro specifiche competenze (anche come semplici lettori di testi scritti), vi fanno notare che forse il professore ha ragione o, indipendentemente da ciò, qualcosa dello stile della vostra tesi non li convince, provate a dar loro ascolto. Del resto, imparare a dar retta agli altri (ed eventualmente a difendere le vostre ragioni contro costoro) può rivelarsi una delle maggiori, più remunerative e insospettate acquisizioni della vostra tesi.

9) Disinteressarsi della forma e della veste grafica

La forma non è tutto, è vero, ma non è neanche nulla. Che sia sostanza o meno (da Aristotele al galateo), qui non ci interessa. Ci interessa invece che abbia un suo peso – ne siano consapevoli o meno docenti e studenti – nel giudicare una tesi. Questo può darsi in due modi. Nel primo caso, un argomento scritto in garamond e in corsivo può apparire (poniamo) più elegante e dunque – per complesse ma non così astruse connessioni neuronali – più convincente; e questo è un modo scientificamente inaccettabile. Nel secondo caso, una fattura curata, se non anche sobriamente elegante, della veste grafica – ovviamente in assenza di errori e refusi di vario genere – può dare l’idea di una scrupolosità, precisione e dedizione commendevoli; e questo è un dato per la valutazione tutt’altro che trascurabile. Entrambi i modi – è questo il punto – di fatto risultano rilevanti e dunque è bene prestare particolare attenzione anche alla forma. Del resto, una forma – se volete, in questo caso, una formattazione – bislacca può dare una pessima idea di voi (sia quest’ultima sbagliata o meno): avete presente quelle tesi scritte con interlinea 2.5 o addirittura superiore, che fanno assomigliare vagamente il tutto a una raccolta di poesie surrealiste, e che sembrano tanto un espediente, molto malcelato, per far diventare una tesi di una sessantina di cartelle un tomo di duecento e passa pagine?

10) Farsi scrivere la tesi

Molto semplicemente: è illegale, immorale, incoerente con quanto state facendo. Se questo argomento non vi convince, nessun altro è in grado di farlo. In quest’ultimo caso, vi auguro buona fortuna: ne avrete bisogno per trovare un equivalente al copiare ogni volta che nella vita vi troverete davanti a una difficoltà che riterrete insormontabile. Intendiamoci: non è impossibile riuscirci, ma è molto difficile o – se volete – non capita a tutti. Ma quei pochi fortunati (?) a cui capita è molto probabile che non abbiano la necessità di preoccuparsi di come fare una tesi di laurea, men che meno di leggere queste righe. Se dunque siete arrivati fin qui, sappiate che è altamente improbabile che possiate appartenere alla schiera degli eletti. Dunque non copiate: letteralmente non vi conviene.
Per il resto, in bocca al lupo!