Le scienze dell'educazione sono davvero utili per l'insegnamento?

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lezioni private

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Paolo lezioni

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In Italia permane una certa diffidenza, condivisa da non pochi insegnanti, riguardo l’utilità delle scienze dell’educazione per la formazione dei docenti. Si tratta, a mio parere, di un atteggiamento irrazionale e dannoso per lo studente: ignorare in modo sistematico le ricerche e i risultati ottenuti in campo psicopedagogico equivale a comportarsi come quei fisici aristotelici che, per partito preso, si rifiutarono di riconoscere le scoperte di Galileo Galilei. Le scoperte sui processi d’apprendimento e l’influenza delle emozioni, anche quando non hanno portato all’edificazione di chiari ed efficaci metodi didattici, hanno avuto il merito di evidenziare i limiti dei tradizionali metodi d’istruzione, eredi del metodo della “frusta”, di cui si lamentava già nel 1819 il liberale Luigi Cagnazzi. In Italia, sino almeno agli anni Sessanta, ci si è concentrati più sulla trasmissione del sapere da parte dell’insegnante che sulle modalità con cui gli allievi si appropriano dei contenuti. Tuttavia, solo per fare un esempio, le ricerche sugli stili cognitivi e di apprendimento, avviate sin dagli anni Cinquanta, hanno messo in rilievo il fatto che allievi diversi possano mettere in atto diversi tipi di strategie d’apprendimento, risultando perciò inadeguati rispetto a un tipo d’insegnamento e adeguati rispetto ad un altro. Di qui, l’idea di rendere più flessibile il metodo didattico, adattandolo, nei limiti del possibile, alle caratteristiche individuali degli allievi, ad esempio variando la didattica a fronte di una classe dal rendimento complessivamente insufficiente. Non è certo facile coniugare una pratica di tipo “tutoriale” all’apprendimento collettivo, ma credo che sia indispensabile sforzarsi di agire in tal senso, o quantomeno, di variare il metodo a livello generale. E ciò per almeno tre ragioni: come detto, per ipotizzare un cambiamento di metodo è necessario riconoscere e criticare il “modello” che si è assunto, consapevolmente o meno, sino a quel punto (cosa non scontata); in secondo luogo, il cambiamento di metodo permette di relativizzare il modello di partenza e, quindi, di confrontarlo con altri modelli possibili; in terza istanza, come conseguenza, permette un’azione più efficace in situazioni differenti tra loro (tanto più che il docente di oggi si trova ad insegnare in una scuola di massa fortemente differenziata dal punto di vista culturale). Del resto è necessario guardarsi dal rischio di cadere nell’errore opposto, vale a dire, di dedicare eccessiva attenzione alla formazione educativa e poca alle competenze disciplinari; perché se è vero che l’insegnante deve mirare alla formazione degli allievi, allo sviluppo delle loro facoltà cognitive, alla stimolazione delle capacità interpretative e critiche, dovendo al tempo stesso riflettere sui metodi attraverso cui realizzare tali obbiettivi, è altrettanto vero che la sua azione non può fondarsi su un’approssimativa conoscenza degli oggetti di discussione. Occorre, dunque – e l’insegnante deve essere consapevole di ciò quanto gli stessi governanti – raggiungere un proficuo bilanciamento e compenetrazione tra competenze disciplinari e competenze educative. Poiché se le prime sono inefficaci senza un’adeguata preparazione metodologica, le seconde restano vuote se private dei necessari contenuti.